Adorazione dei Magi di Città della Pieve, intervista immaginaria di Elvio Lunghi al Perugino

Adorazione dei Magi di Città della Pieve, intervista immaginaria di Elvio Lunghi al Perugino

di Stefano Ragni – Quasi tutte le fotografie che ritraggono l’Adorazione dei Magi di Città della Pieve tagliano la figura dello zampognaro che il Perugino dipinse all’estrema sinistra del suo capolavoro.

Operazione divulgativa non lecita quella di scorciare un affresco che Perugino dipinse per l’Oratorio di santa Maria dei Bianchi, pur con le ragguardevoli proporzioni di 650 centimetri per settecento.
La teologia e l’esegesi evangelica non c’entrano: è una scelta, o una necessità avvertita dai fotografi. D’altra parte di concerti di nativi intorno alla capanna di Betlemme non se ne parla: Luca, in “- 8/20 dice di pastori che furono convocati dall’Angelo che li indirizzò al luogo mistico: tutt’al più esultarono del coro celeste del “Gloria a Dio nel più alto dei cieli”. Analogamente negli Apocrifi, che siano l’Evangelo della Natività o quello Arabo dell’Infanzia, i pastori si limitano a condividere le gioie del tripudio celeste, osannante in dulci jubilo.
E’ per questo che, in un precedente articolo, abbiamo intervistato il professor Elvio Lunghi proprio su quell’opera del Ciburri conservata nella parrocchiale di Antria. In quella tela i pastori musicanti sono ben due, suonatori di ciaramella e di zampogna, ma si sa che, in quello scorcio di ventennio del 1600, la musica pastorale aveva fatto il suo ingresso anche nel teatro d’opera, dandosi il fatto che il mitico Orfeo, il primo protagonista del melodramma, era immerso in un ambiente arcadico. E i pittori potevano anche attingere verosimilmente a una cospicua quantità di arnesi sonori che andavano a comporre le primordiali orchestre.
Sull’annuncio ai pastori, i primi protagonisti della lieta novella c’è poco da discutere, visto che in Genesi (49/24) Dio stesso è definito “pastore di Israele” e in Salmo 23, (80,1), in Geremia, Ezechiele, il popolo di Israele è definito “il gregge del Signore”.
Ma del fatto che i tre pastori del Perugino, due danzanti e uno seduto, che impugna, suonandola, la zampogna, sia proprio quest’ultimo a essere sacrificato, non riusciamo a farcene una ragione.
Nella sospensione del tempo che, a Città della Pieve, divide l’affresco del Perugino in due piani, quello di base con la contemplazione dell’ Infante, la kenosis, l’abbassamento dello sguardo, e quello dello sfondo collinare, con pecore, cavalieri e cortei di dromedari, un vero andirivieni quotidiano, la presenza dei tre pastori esultanti conferisce al lavoro un tocco di carnalità e di semplicità di diversa natura dalla Natività del Collegio del Cambio. Qui il suonatore di calamo, un elegante strumentista di cornamusa, certamente modellato su uno dei musicisti di palazzo, i Canterini, che rallegravano le tetre giornate dei Priori, è contrappuntato, in alto dai tre angeli sussiegosi che cantano tenendo tre le mani un cartiglio musicale. Nella sua città Piero sembra invece quasi volersi togliere la soddisfazione di un ricordo della sua personale infanzia, quando avrà visto più di una volta qualche coetaneo danzare al suono di quei rochi strumenti campestri della sua età. E poi, visto che Gesù era della stirpe di Davide, nessuno ignora che il re era suonatore di arpa e che spesso la impugnava danzando davanti all’Arca dell’Alleanza.
Inserire di due pastori che intrecciano una carola, inebriati dal suono dal cornamusa è una scelta narrativa che risponde a una affermazione di partecipazione terrena all’esperienza divina: danzare è una esperienza trasfigurante di chi compie l’atto, è la scoperta della propria ricchezza interiore, resa partecipe del manifestarsi del messaggio di salvezza. Se l’evento è stato quello fondante dell’Umanità redenta, allora, come sosteneva il filosofo e antropologo Curt Sachs, “ogni danza produce estasi”.
Quando ci siamo rivolti al professor Lunghi per concludere la trilogia di conversazioni che si era iniziata con la sua attribuzione a Raffaello degli angeli musicanti di Panicale, eravamo certi che la chiusura del breve ciclo con la riflessione sui Magi di Castel della Pieve sarebbe stato un degno pannello conclusivo del trittico. E’ per questo che accettiamo con gioia la proposta del professor Lunghi di essere lui stesso ad interrogare, in un immaginifico colloquio borgesiano, lo stesso Perugino.
Le domande, ovviamente, sono quelle di Lunghi e le risposte vanno attribuite al pittore.

Maestro, vogliamo parlare di quel Presepe nel suo luogo natale? Castel della Pieve, oggi chiamato Città della Pieve?
<< Vuol dire il Presepe dei Bianchi? Sempre di quello si deve parlare, come se non avessi dipinto altri soggetti analoghi?>>
Però è quello più bello, anche se di Presepi ne ha dipinti tanti.
<< E allora parliamo del Presepe che ho dipinto per i cambiavalute di Perugia, nella loro sede in piazza della Vetusta. Tutti volevano che copiassi una Natività che avevo dipinto venti anni prima per nostro signore Papa Sisto nella sua cappella vaticana. Quando era soltanto un frate, Francesco della Rovere aveva soggiornato nel convento di Perugia, dove aveva studiato diritto. Una volta eletto Papa mi chiamò a Roma e mi affidò la parete dell’altare della nuova cappella, dove dipinsi l’Assunta, la Natività e un’altra storia di Mosè, con figure tanto belle che tutti stavano a chiedermene copie>>.
Bella storia quel Presepe, però anche noioso
<< Noioso perché? Piaceva a tutti e io tutti accontentavo, purché pagassero bene. E’ quello che voi chiamate il copyright, la proprietà di un’immagine. Per una intera generazione tutti videro in quel dipinto l’immagine di Nostro Signore che nasce nudo, ma non sente freddo. Di Nostra Donna che non trova una camera in albergo, ma non se ne lamenta, fa in tempo a indossare l’abito buono e si fa sistemare i capelli dagli angeli. Giuseppe ha l’aspetto di un vecchio signore educato che sta in disparte, per non disturbare; non è pensieroso ma contento che gli sia nato un figlio. Una famiglia per bene, con proprietà nel contado, di dove vengono i pastori per rendere omaggio al figlio del padrone>>.
Però il dipinto di Castel della Pieve è molto diverso.
<< Ero costretto a fare una cosa differente, la dimensione della stanza non mi consentiva di replicare il mio cavallo di battaglia. Ciascun pittore ha una sua linea di prodotti, un marchio di fabbrica, un brand, come lo chiamate voi oggi. Ma ogni volta è necessario adattarlo alle esigenze del luogo. Ora la chiesa dei Bianchi di Castel della Pieve è posta lungo la strada che viene da Chiusi. Si varca la cinta muraria e si sale verso la piazza in vetta al colle. La chiesa sta proprio lì, sulla via principale, tutti i viandanti possono dare uno sguardo al suo interno. Da paesano potevo fare una figura meschina con tutti quei visitatori che salivano da Chiusi? Giammai, perché il modello che mi aveva reso famoso non si adattava alle dimensioni della parete, avendo pochi personaggi rispetto allo spazio disponibile. Replicare lo stesso modello mi avrebbe costretto a dare dimensioni inusitate alle singole figure>>.
E allora da dove è venuta questa nuova invenzione?
<< Io per natura non sono un creativo, sono stato soprattutto un esecutore, uno esperto nel proprio mestiere. Ai miei tempi ero sicuramente il più bravo di tutti, perché non ditemi che le Madonne di Sandro Botticelli o quelle del mio allievo Bernardino Pintoricchio sono più belle delle mie. E poi le immagini sacre devono dare sicurezza. Devono essere belle, ma senza esagerare. Io poi, come ho preso moglie, ho sempre dato al volto della Madonna quello della mia sposa fiorentina, i suoi grandi occhi sognanti, la bocce a cuore, le forme piene.>>
La Madonna di Città della Pieve non può dirsi brutta.
<< Tutt’altro, è una donna bellissima, come lo era la mia sposa. Tutti gli uomini che le stanno attorno le cadono ai piedi. E’ la regina della festa, tutti vorrebbero danzare con lei, ma non osano farlo, tanto è bella e gentile nell’aspetto. Ha una naturalezza, una grazia che la fanno sembrare piuttosto un fiore, o un’ape, una nuvola in cielo. Invece è una donna, come se ne incontrano tante nelle nostre terre, cosa c’è di più bello? Però l’idea non è mia>>.
Come l’idea non è sua, Maestro?
<< Ho dipinto questo affresco nel 1504 e ho segnato sotto la data. Mi trovavo allora a Perugia, in uno dei miei continui viaggi da Firenze, dove avevo casa, famiglia e bottega. A Firenze avevo rivisto il mio vecchio amico Leonardo da Vinci, che avevo lasciato Milano, si era spostato a Roma, ma non vi si era trovato bene. La maniera di Leonardo era molto mutata rispetto ai tempi della comune frequentazione nella bottega del Verrocchio, quando eravamo due giovani pari di età e pari di amori. Leonardo si atteggiava a mago, sperimentava tecniche antiche, metteva spavento con le sue invenzioni terribili. A Firenze era allora anche Michelangelo del Buonarroti, un allievo di Domenico del Ghirlandaio, che aveva mostrato meraviglie a Roma, copiando le statue degli antichi. Un caratteraccio, una lingua tagliente: me ne disse tante una volta che cercai di vedere di nascosto i suoi quadri. Eppure a Perugia le mie opere erano apprezzate e ogni volta che tornavo ero accolto con grandi onori>>.
Sì, però non mi ha detto di chi è l’idea.
Eppure, maestro Pietro, questo quadro è in tutto e per tutto uguale alla sua maniera migliore.
<< Non dimenticare che fu questo giovane a copiare la mia maniera in Umbria. Studiava e cambiava, studiava e migliorava. La generazione dei pittori più giovani in quel tempo a Perugia, lo Spagna, Giovan Battista Caporali, Domenico Alfani, videro i miei quadri con occhi nuovi: gli occhi di Raffaello. Fu allora che scoprii nei miei quadri cose che non avevo notato in precedenza. Il portico del duomo di Spoleto che appare sullo sfondo del martirio di Panicale mi è venuto da Raffaello. I curiosi cappellini, le fisionomie caricate di certi personaggi al seguito dei Re Magi di Castel della Pieve non sono farina del mio sacco. Raffaello nei suoi quadri si divertiva a prendermi in giro e io, amabilmente, lo lasciavo fare. In quel tempo anche il Salai rubava dalla borsa di Leonardo, e Leonardo o lasciava fare. Salai frugava nelle tasche del suo padrone, e Leonardo gli accarezzava il didietro dei pantaloni. Del resto, in gioventù, io e Leonardo eravamo stati “due giovin par d’etate e par d’amori”. A scriverlo era stato proprio il padre di Raffaello, senza specifica cosa intendesse con quell’essere pari in amore, se poi era stato proprio lui ad affidarmi il figlio ancora fanciullo, come scrisse quel maldicente di Giorgio Vasari>>.
L’intervista si interrompe qui. Intervistato e intervistatore hanno esaurito la loro pazienza, ma noi lettori ne abbiamo pienamente goduto.
Torniamo a quei tre pastori della Pieve, lo zampognaro e i danzatori. Certo non sono contadini del posto perché, anche se li ha disegnati Raffaello, come asserisce il prof. Lunghi, non si tratta di rustici del territorio. Piuttosto, per la foggia dei vestiti, per l’acconciatura dei capelli, potrebbero essere paggi del seguito dei Re Magi.
A Barocco trionfante sulla culla del Salvatore ai affolleranno angeli suonatori di ribeca, di viella, di liuto e, infine, del violino “alla francese” introdotto in teatro dall’Orfeo monteverdiano. Sarà un concerto “alto”, aulico, svolazzante, aereo, “vaticano” nella sua sostanza politica. Ma quella carnalità molto umbra, terricola, dei tre personaggi della Pieve ha il sapore di una gioia estemporanea che ci rende tutti partecipi, in questi difficili giorni, di come ognuno di noi possa farsi portatore della coralità della Natività coi mezzi a sua disposizione.
“Noe, psallite, noe. Hierusalem gaude et laetare quia hodie natus est Salvator Mundi”, canterà pochi anni l’Adorazione dei Magi del Perugino il grande polifonista Jean Mouton (Mottetti de la Corona, 1519). E non ci vuole un traduttore per capire questo latino del Salmista. Dove “psallite” sta per “cantare lodi sul salterio”. Strumento a corde, dieci per l’esattezza, come commenterà sant’Agostino. Manufatto acustico aulico, regale, sacerdotale. Ecco perché ci piace di più questo zampognaro della Pieve. E il colloquio del suo creatore con Elvio Lunghi ne ha riportato alla luce quella sua ruvidezza tutta umbra, umana e condivisibile.

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