Le cornamuse di Antria, una riflessione di Elvio Lunghi su un dipinto natalizio

Le cornamuse di Antria, una riflessione di Elvio Lunghi su un dipinto natalizio

di Stefano Ragni – «Son venute dai monti oscuri / le ciaramelle / senza dir niente / … nel cielo azzurro tutte le stelle / paion restare come in attesa, / ed ecco alzare le ciaramelle / il loro dolce suono di chiesa / suono di chiostro / suono di casa, suono di culla».
Sono i versi di una delle meno conosciute poesie dei Canti di Castelvecchio di Pascoli. Per molti di noi rievocano l’atmosfera di una situazione che non si verifica più da decenni. Ricordiamo quando a Perugia, anche in periferia, gruppi di zampognari, vestiti di peli e pelli, si presentavano davanti ai nostri portoni suonando, sui loro rauchi strumenti, melodie violente, scomposte, inquietanti. Era il mistero del Natale che, nei giorni di novena, veniva a ricordarci con la sua musica rozza e catarrosa la persistenza di una energia atavica che, soprattutto in una regione rurale come la nostra, parlava di lotta per l’esistenza, di realtà affannosa per il quotidiano non ancora sfiorato dal boom economico degli anni ’60. Il suono pastorale, benché ci atterrisse, ci dava l’energia per sperare in qualcosa di diverso, ci conferiva una forza ancora non conosciuta. Noi bambini, con i pochi spiccioli che le mamme ci avevano messo nel pugno, ci accostavamo a questi spaventosi personaggi di cui percepivamo anche l’odore acre di stalla, di zolla umida. La transazione economica, svelta e timorosa ci appagava come la realizzazione di un rito. Oggi gli zampognari non li vedi più neanche in “smart working”, e se vuoi spiegare cosa fossero devi andare col grande Elvio Lunghi a rimirarli in qualche affresco di chiesa campestre.
È quello che abbiamo fatto, recandoci nella parrocchiale di Antria, il piccolo borgo del Trasimeno che dette i natali al feroce Piccinino, ma che oggi si conosce solo per una sugosa Sagra dell’oca.Dopo la bella intervista sugli angeli musicanti di Panicale, da lui attribuiti a Raffaello, la voce del professor Elvio Lunghi (nella foto sopra), docente di storia dell’arte della Università per stranieri, suona di una dolce musicalità che contrasta con la apparente rudezza di uno studioso dai modi caustici, un idealista suo malgrado che vorrebbe rivestire i panni del cinico senza saperli indossare.
Professo Lunghi, siamo in tempi natalizi, e vorrei parlare con lei di qualche tema inerente:
«Guarda che l’arte in Italia non è cosa da poco, anzi è la nostra identità nazionale. Lo dico sempre ai miei studenti: se volete capire il nostro paese mettete una mano in tasca. Un ragazzo tante banconote non può averne, ma un po’ di spiccioli sì. Un francese vi troverebbe raffigurata la Marianna e l’albero della libertà, un austriaco Mozart, un tedesco la porta di Brandeburgo. Noi italiani nei calzoni ci portiamo un intero manuale di storia dell’arte, dal Colosseo a Boccioni. Però gli spicciolini con l’euro non bastano, perché l’Italia non è solo Leonardo, Michelangelo e Raffaello. Il nostro paese è fatto di tanti borghi, di mille campanili. Ognuno di questi ha la sua chiesa, la sua piazza, belle o brutte che siano. E c’è una infinità di quadri e di sculture, quel che rimasto dopo una secolare spoliazione seguita a una millenaria accumulazione. E molte piccole, grandi cose si sono conservate in loco».
Costretti a casa per il Natale, dove ci consiglia di volgere i nostri passi nelle vicinanze della città?
«Andate ad Antria, sulle colline di Magione prospicienti il Trasimeno. Vedrete un quadro con il Presepe dipinto da un pittore perugino del primo Seicento, sopra l’altare maggiore della chiesa dei santi Rocco e Antonio Abate. Forse non è importante, ma restituisce in pieno l’atmosfera del Natale. Un bimbo tutto nudo che dorme sopra la paglia, con due angioletti che hanno scacciato il bue e l’asinello dal loro posto accanto alla mangiatoia, forse perché non smettevano di mangiare, o perché non soffiavano abbastanza per riscaldare il Bambino. E che sia freddo lo si capisce dalle loro guance paonazze».
Ma la Madre, Maria, non può fare qualcosa per lui?
«Naturalmente. Ma in questo quadro le hanno fatto indossare il vestito buono e lei ha paura di impolverarlo. Poi anche lei sente freddo, a piedi scalzi come è. È tanto felice da avere le guance imporporate per aver dato alla luce quel fantolino anche se non può prenderselo in braccio perché le fanno male le mani, che ha grandi e rosse, come di chi è abituata a lavare i panni nell’acqua fredda della fonte di piazza. Grande invenzione la lavatrice!».
Nel quadro comunque ci sono tutte le figure iconiche?
«Ci sono effettivamente, Giuseppe è vestito di rosso e di oro vecchio e sta alle spalle di Maria, col cerchietto aureo messo a sbilenco intorno al capo canuto. Ci sono poi ben cinque pastori. Due hanno portato un agnellino ciascuno da lasciare in dono, due sono a mani vuote, un altro, sulla destra, ha la cornamusa, per tenere allegria. Una cornamusa completa, con la sacca di pelle decorata a oro e nero, la canna corta per insufflare l’aria, più due canne di bordone e una canna con i fori digitali per suonare la melodia. E lo zampognaro è il solo che porti in testa un berretto alto, con una piuma nera: si vede che non sentiva troppo freddo, anche se lui ha le dita paonazze. Forse era una abitudine del pittore, perché nei suoi quadri il freddo è una costante».
Si conosce il suo nome?
«È scritto sul margine inferiore della tela: “Simeo Bevilacqua de Ciburris faciebat”. Simeone Cubirri da Perugia è un pittore del quale si hanno notizie nel primo quarto del Seicento: morì infatti nel 1624. Nel quadro di Antria presenta una cultura antiquata che guarda ancora al Barocci di trenta anni prima. Però i suoi quadri sono gradevoli, le figure aggraziate. Se pensiamo ai tanti dolci natalizi, dalla ciaramicola alla uvetta passa, questo è un quadro da mangiare con gli occhi».
Complementare all’elegante suonatore di cornamusa, un altro pastore, barbuto e certamente meno raffinato, impugna un ciaramella.
Nel quadro di Ciburri non si individua l’ancia doppia, ma la ciaramella è compagna indivisibile della zampogna. Il suo nome deriva dal latino calamus, desunto a sua volta dal greco kalamos, ovvero canna. Strumento pastorale per eccellenza, sarebbe stato ben in bocca a Tibullo e a Properzio. Dalla Sabina, alla Calabria, all’Italia del nord, poi in Europa, la ciaramella e la zampogna sono “l’orchestra del Natale”, ed è proprio a questa che Pascoli allude nella citata poesia.
Seguiamo quindi il suggerimento del professor Lunghi e andiamo ad ascoltare questa silenzio complesso sonoro la cui fissità nella tela suggerisce una musica “congelata” ma non per questi meno evocativa della drammaticità di questo Natale.
All’insigne studioso angelano chiederemo ancora un contributo musicale, ovvero una sua riflessione sul suonatore di cornamusa del Perugino di Città della Pieve. Sarà per noi tutti un bellissimo regalo natalizio.

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