Nel Museo del Cinema di Montecosaro una sala dedicata a Anita Cerquetti

Nel Museo del Cinema di Montecosaro una sala dedicata a Anita Cerquetti

di Stefano Ragni – Tutti abbiamo sempre pensato che Anita Cerquetti, il grande soprano che fece tremare, negli anni ’60 i teatri italiani della grande lirica fosse nata a Città di Castello.
Una gita occasionale al ridente paesino di Montecosaro, un gruppo di case e di chiese a pochi chilometri dal mare, sulle colline marchigiani digradanti verso Civitanova, ci ha fatto ricordare che la più grande Norma dei tempi moderni vide la luce nella piazzetta sommitale del paese, dove una lapide ricorsa l’evento.

Il fatto è che Anitona, così chiamata per la sua stazza imponente e olimpica, figlia di Elso e di Zaira, umbra di Rasiglia,  si trasferì ad appena una anno dal comune marchigiano a Città di Castello, dove il padre, perito agrario, aveva assunto un lavoro per la Singer. Nella ridente cittadina tifernate Anita visse fino ai 20 anni, quando un occasionale, ma prorompente amore per la lirica,  la attrasse nel capoluogo perugino, dove studiò il canto nell’allora Liceo Parificato Morlacchi. Le fu Mentore il maestro Aldo Zeetti,  un grande “praticone” del palcoscenico, che li insegnò  quel tanto che le consentì, con mezzi naturali straordinari, di vincere  nell’edizione del 1951 il Concorso del Lirico Sperimentale di Spoleto, debuttano con  Aida.

La sua irruzione nel teatro italiano fu l’apparizione di una cometa: tra la Callas e la Tebaldi, Anita aprì una terza strada, quella di una passione travolgente per la musica di Verdi e per le sue eroine drammatiche. Fino allo scoccare del ’60 fu una rosa di Abigaille e Leonora, ma anche di Elvira, Gioconda, Lorelay, fino alla insuperabile Agnese di Hohenstaufen di Spontini, scaturita dal magistero intellettuale di Francesco Siciliani. In mezzo ci fu la storica Norma del ’57 quando sostituì la Callas, col pubblico che gridava “viva l’Italia”. Prima dell’inevitabile declino Anita, per noi perugina a tutti gli effetti, si ritirò dal  teatro, lasciando l’ immagine  di una purezza non infranta. In anni recenti,  Montecosaro le dedicò un concorso lirico per nuove voci, godendo della sua affabile generosa presenza. La sua testimonianza è affidata a dischi che rimasterizzano le sue presenze italiane, e americane, ma si tratta di un riflesso di quello che fu realmente il suo timbro eburneo e la sua risonanza regale.

Una piccola, ma significativa mostra di costumi e di cimeli della Cerquetti è in esposizione  nel delizioso museo del “Cinema a pennello”, una incredibile esposizione di reperti che meritano, da soli, una visita nel palazzo Marinozzi, una dimora storica edificata sulle mura medievali della cittadina, a ridosso della porta “a mare”, una ogiva gotica di tutto rispetto.

Curatore del Museo è Paolo Marinozzi, un personaggio che ha messo a disposizione del pubblico le stanze del palazzo di famiglia, compresa la camera da letto dove è nato. Marinozzi è conosciuto qui da noi, a palazzo Gallenga per aver collaborato col docente di storia del cinema, il geniale e enciclopedico Fabio Melelli che ha utilizzato certi  reperti del museo per la sua recente mostra su Fellini, dal titolo “La pista dei sogni”. Ora, Cerquetti a parte, la singolarità di questo Museo è che è basato nella sua quasi interezza sui bozzetti dipinti a mano delle locandine dei films, come si usava prima dell’avvento della grafica.
E’ così che grandi artisti come Giancarlo Giannini, Carlo Verdone, Bud Spencer e Terence Hill si sono visti dedicare ognuno una sala con, sulle pareti, i manifesti delle loro pellicole più famose. Ognuno di questi artisti è andato personalmente a verificare una parte della loro storia: Verdone vi ha ritrovato anche il juke box originale della sua pellicola “Compagni di scuola” del 1988,  e vi ha suonato la batteria su cui si esercitava da ragazzo.  Pezzi raccolti da Paolo  Marinozzi con tenacia e amore, come la tavola originale de “La dolce vita”. Neanche a dire Fellini è presente con opere di grande rilievo, come il manifesto  su cartoncino del Casanova. Un reperto di grande valore è quello della “Cavalleria rusticana” per la pellicola di Carmine Gallone del 1953, presente anche con disco e tanto di libretto illustrativo che gli impresari offrivano in visione ai proprietari dei cinema.

L’omaggio alla memoria di Anita Cerquetti è un’idea di Marinozzi che ricorda, mostrando il manifesto, come la voce di Leonora nella scena iniziale di “Senso” di Visconti, sia proprio quella della sua concittadina. Due i costumi presenti nella mostra, quello di Aida cantata dalla Cerquetti alle Terme di Caracallo nel 1955, e quello di Norma, teatro san Carlo, 1957.
C’è poi un piccolo pianoforte su cui Anitona dava le sue lezioni, un libro biografico di Elio Trovato, e  altre piccole cose. Poco, diremo, ma la carriera della Cerquetti fu breve e si bruciò come una meteora. Un grande baule contenente tutta la documentazione della sua  vita artistica andò perso in una alluvione e quel che si è salvato è tutto qui, in questo angolo di storia.

Il Museo vale bene una visita, anche perché Claudia Cardinale  fu la madrina dell’inaugurazione.  Marinozzi tiene a precisare che tra breve sarà presente nelle sue sale anche la mitica Abbe Lane, gioia degli occhi di tanti adolescenti  della prima televisione. L’ha ripescata incredibilmente nella sua villa in California e la ospiterà nella sua sede espositiva. Visitare questo allestimento è un  gesto di grande generosità verso la storia del cinema dal volto umano. Forse questo è nelle tradizioni di una famiglia che discenda dal conte Antonio Gatti, primo proprietario dell’immobile. Patriota risorgimentale, innamora di Gioacchino Murat sotto le cui insegne militò, protagonista dei moti insurrezionali del 1831, esule a Philadelphia dove si adattò ai più umili mestieri,  combattente nelle campagne del ’48. benefattore verso gli umili nella Nuova Italia, fino alla morte nel 1869.  Nell’ultima sala, un affresco sul soffitto ricorda le gloria della battaglia di Austerliz.

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