Perugia, restauri impropri e beghe secolari

Perugia, restauri impropri e beghe secolari

La rilettura del più bel libro scritto nel 1933 da Galileo Guazzaroni sui motivi e le figure del capoluogo umbro – segnatamente di quei capitoli ove tratta della forma urbana e dei provvedimenti adottati in quegli anni – fa risaltare come la città antica soffrisse al suo tempo, e ne soffre ancora oggi, di una serie di irrisolte questioni in tema di recuperi e completamenti architettonici.
Esempi?
Iniziamo con la pavimentazione della Piazza del Duomo. Già nel 1927 lo stesso Guazzaroni, rifacendosi ad autorevoli documentazioni storiche rintracciate dal prof. Tarulli Brunamonti, propose il rifacimento della stessa a mattoni per costa disposti a spina di pesce, simile a quella esistente fin dal 1288, restaurata poi da Braccio Fortebracci e rimasta, come concetto, fino al 1879.
L’idea piacque al Podestà Oscar Uccelli che l’affidò all’architetto Pietro Angelini, il quale ne ideò un disegno esecutivo facilissimo.
La proposta venne approvata dalla Brigata Perugina degli Amici dell’Arte, fu gradita a Margherita Sarfatti, a Gabriele d’Annunzio, e ottenne, inizialmente, il placet del Consiglio Superiore delle Belle Arti. In seguito però, lo stesso Consiglio, sostenendo che tale finitura non avrebbe resistito al traffico automobilistico (immaginiamo quale mai sarà stato a quel tempo!) fece optare per l’impropria pavimentazione in arenaria (stesso concetto ripetuto oggi) che, oltre ad essere materiale friabile, sensibilissimo quindi all’attrito e all’azione degli agenti atmosferici, poneva tra l’altro la piazza in tre piani diversi.
Non si volle allora, come oggi, tenere conto dei pregi del mattone, che, oltre ad essere particolarmente elastico e resistente, sarebbe stato comunque di facile sostituzione nelle parti danneggiate (le fortezze rinascimentali, in mattone, erano prontamente risarcite dai danni delle cannonate!).
Altro capitolo riguarda l’annosa querelle sull’opportunità o meno di completare i monumenti e, a tale proposito, Guazzaroni cita la mancata facciata del Duomo cittadino.
Di progetti redatti a tale fine – ricorda – se ne conoscono sei: il primo di Guglielmo Calderini (1880); il secondo del professor Rinaldo Santini, anconetano (1890); il terzo del fiorentino Alberto Graziani (1903); il quarto del conte Pietro Benedetti (1907); il quinto dell’architetto Giò Battista Massini, quindi viene il progetto dell’ingegner Pasquali e infine, nel 1918, quello dell’architetto Ulpiano Bucci.
Quest’ultimo ispirava il suo disegno ai criteri architettonici in base ai quali la linea schematica della costruzione interna del Duomo, veniva riprodotta all’esterno.
Tale ipotesi suscito orrore nei puristi, i quali obiettarono che tale soluzione avrebbe contraddetto l’idea strutturale primitiva (anche se, in verità, non ne esistesse alcuna, poiché la fabbrica subì nei secoli vari rimaneggiamenti).
Comunque non si fece nulla e l’esterno del Duomo – sottolinea Guazzaroni  – “è ancora un immane e tozzo capannone perché si lascia cadere, con l’aria di épater le bourgeois, che la nuova facciata toglierebbe il colore locale e il pittoresco attuale dell’ambiente”. Certamente, a opera ultimata, ne avrebbe guadagnato assai la bellezza e il valore del monumento, come avvenuto per il Duomo di Firenze, anch’esso completato nel secolo scorso.
Ma già in antico, le beghe personali e le passioni partigiani, poterono più dell’amore al proprio tempio e alla propria città; basta ricordare come nel 1640 i “ringhiosi canonici di san Lorenzo” rinunciassero al completamento della facciata e impedirono a Marcantonio Degli Oddi di farla a proprie spese, non accettando le condizioni che lo stesso poneva.
La storia si ripeté simmetrica due secoli dopo, per contrasti anticlericali a una medesima proposta di Leone XIII.
Allo stesso modo – aggiunge Guazzaroni – nel 1902 si impedì al professor Gerolamo Donati di restaurare a proprie spese la chiesa Duecentesca di san Bevignate che – concludiamo noi – dovrà attendere ancora ottant’anni per tornare al suo primitivo splendore.

                 Marco Nicoletti

 

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