L’economia umbra contagiata dal Covid va messa subito in “terapia intensiva”

L’economia umbra contagiata dal Covid va messa subito in “terapia intensiva”

di Francesco Castellini – Il blocco imposto dai governi nazionali alla popolazione, a difesa dal Coronavirus, ha colpito il pianeta come un meteorite, spingendo l’economia globale nella peggiore recessione dai tempi della seconda guerra mondiale.
L’impatto localizzato e incentrato sulla Cina ha propagato onde d’urto sulle catene di fornitura globali, fino a determinare un violento shock della domanda, che ha danneggiato i consumi e gli investimenti non più solo in Oriente, ma anche in Europa, Stati Uniti e America Latina.
E da allora gli economisti si interrogano preoccupati su quale sarà l’effetto sulla crescita del nostro Paese.
Per l’Italia, che nel nostro continente è fra i Paesi maggiormente colpiti in termini di contagi e vite umane perse, gli ultimi dati Istat evidenziano una contrazione del Pil del 12,4% nel secondo trimestre dell’anno. Ma le previsioni dell’Ocse sono ancora più funeste.
Tanto da stimare: “se il Covid dovesse tornare a mordere in autunno, costringendo a nuove chiusure, la contrazione arriverebbe al 14%, con un rimbalzo del 5,3% il prossimo”.
In entrambi gli scenari, fino alla fine del 2021 l’output italiano sarà sotto i livelli ante-Covid. E soprattutto l’occupazione ne soffrirà, fino a far segnare una doppia cifra al 10,7% quest’anno, e ancora più su all’11,9% il prossimo.
Il debito, in questo caso, arriverebbe a sfiorare il 170% del Pil secondo i parametri europei.
Un punto, quello del debito, su cui è intervenuto direttamente il segretario generale Miguel Angel Gurria, assicurando: “Non è il momento di applicare le regole strettamente alla lettera. Oggi non dobbiamo focalizzarci sulle regole come quella del 3% dell’Unione europea… Oggi dobbiamo impiegare tutte le risorse che abbiamo, non bisogna lasciare nulla da parte, per combattere il virus, per vincere questa guerra contro il nemico”. Entrando nel dettaglio, a dar retta all’analisi sui consumi regionali nel 2020 dell’Ufficio Studi di Confcommercio, si viene ad evidenziare “un quadro complessivo sconfortante in tutti i territori”.
“A tal punto che dovrebbero trascorrere almeno cinque anni per tornare ai livelli di spesa pro capite del 2019”.
Si stima che in questo anno “orribilis” andranno in fumo 116 miliardi di consumi a causa della pandemia da Coronavirus.
Il che significa che per abitante la caduta della spesa sul territorio ammonterebbe a 1.900 euro a testa, riportandone il livello alla metà degli anni ’90.
Il Nord risulta l’area più penalizzata con quasi il 60% del calo complessivo concentrato nelle sue otto regioni, e con la Lombardia che registra la maggior perdita in valore assoluto (oltre 22,6 miliardi di consumi), mentre nel Mezzogiorno la riduzione della spesa sul territorio è più contenuta (-8,5%) a causa della minor presenza di turisti stranieri e di una maggior caduta dei redditi.
IN UMBRIA
In Umbria i dati confermano una situazione molto difficile, sperimentata sulla propria pelle dalle imprese e dalle famiglie, con un calo dei consumi pari al 9,2% rispetto al 2019, equivalente ad una perdita che si avvicina al miliardo e mezzo di euro (-1.366 milioni di euro).
Tanto che il Pil dell’Umbria nel 2020 è destinato a crollare fino all’11,1%, ponendo il nostro territorio tra le regioni più colpite.
Questo, stante alle stime di Svimez.
E inducono alla riflessione le rilevazioni fatte da Elisabetta Tondini, economista, responsabile di ricerca Aur: “A fine maggio la ripresa delle attività economiche si è lasciata alle spalle situazioni di non ritorno e ancora oggi, anche in Umbria, molte attività sono costrette a chiudere i battenti per difficoltà a gestire gli effetti della crisi. Da fine maggio la ripresa delle attività economiche si è lasciata alle spalle situazioni di non ritorno e ancora oggi, anche in Umbria, molte attività sono costrette a chiudere i battenti per difficoltà a gestire gli effetti della crisi”.
Agenzia Umbria Ricerche mette inoltre in rilievo la forte contrazione degli scambi con l’estero. Sottolinendo anche il fatto che “come tutte le piccole economie, la nostra sconta da un punto di vista produttivo una forte dipendenza con l’esterno, soprattutto con le regioni italiane, la cui recessione ha aggravato e aggrava ulteriormente il già debole sistema Umbria”. Un’analisi condivisa dal presidente di Confcommercio Umbria Giorgio Mencaroni, che afferma: “Non ci consola vedere che il dato della nostra regione si pone un po’ sopra la media nazionale (-10,9%) e quella del Centro (-12%), o che per molte altre regioni italiane si prevede un calo dei consumi molto più pesante del nostro, che è già molto negativo”.
Ma analisti, studiosi e osservatori, puntano tutti il dito sul dato drammatico del calo degli occupati. Perché non v’è dubbio alcuno che la questione della domanda e della sua contrazione chiama in causa la sostenibilità dei redditi, che a sua volta dipende fortemente dalla disponibilità di lavoro e dalla sua profilazione.
Già nel primo trimestre del 2020 l’Umbria gli occupati sono passati da 369 mila a 355 mila.
Con circa 27 mila lavoratori interessati dagli ammortizzatori sociali, in primis la cassa integrazione.
A pagarne le spese sono stati soprattutto giovani e donne, i soggetti maggiormente impiegati in occupazioni precarie. Anche se gli ultimi dati nazionali hanno registrato, dopo 4 mesi di continue flessioni, una ripresa degli occupati, soprattutto donne e over 35enni, il problema del lavoro dei più giovani persiste.
Non bisogna dimenticare che quando il Covid ha colpito le economie del mondo, il piccolo microcosmo umbro si trovava in una situazione di profonda debolezza dopo anni e anni di recessione, che hanno visto un’ulteriore enfatizzazione di molti dei problemi strutturali del Paese.
“Pertanto – afferma Elisabetta Tondini – questo è un momento per ridisegnare il futuro del nostro territorio. È assolutamente necessario approfittare di questo passaggio infausto per le società e le economie a tutti i livelli per immaginare e pensare a una nuova visione delle modalità e delle priorità della produzione e dei suoi riflessi su competitività e crescita, cercando di cogliere le vie più suscettibili per un rinnovato sviluppo e lavorare ponendo una serie di misure che facciano sistema in questo senso”.
“Non c’è dubbio che siamo di fronte ad una sfida epocale – continua Mencaroni – che chiama in campo tutti gli attori politici e istituzionali, i corpi intermedi come le nostre associazioni di imprese, la stessa società civile. A partire dal governo, al quale abbiamo chiesto riforme radicali e incisive per mutare la produttività del sistema Italia, contributi a fondo perduto, moratorie, sgravi fiscali e contributivi sul costo del lavoro, semplificazioni e meno burocrazia. Basti pensare, solo per fare un esempio, che importante volano per l’economia regionale potrebbe essere la ricostruzione in Valnerina, ferma nonostante la disponibilità della risorse”.
“Quanto alla Regione, ci aspettiamo interventi di salvataggio, per la tenuta stessa del tessuto socio-economico regionale: misure di ristoro destinate alle imprese che più stanno soffrendo in questo momento, aiuto al pagamento dei salari e al riposizionamento delle micro e piccole imprese, sul fronte del credito e delle infrastrutture. Ma ci aspettiamo anche interventi di prospettiva, da mettere a regime, anche facendo sistema con le altre istituzioni sul territorio, quando nel medio periodo auspicabilmente la crisi sarà superata almeno in parte, centrati sull’importanza del capitale umano e l’innovazione in tutte le sue declinazioni, su nuove strategie per il turismo e per il commercio ma anche per la cultura e la creatività, su un substrato a tutte le politiche fondato sui concetti di sostenibilità, sicurezza e legalità, con una pubblica amministrazione più efficiente”.
“Importante – conclude il presidente Mencaroni – è fare presto. Le riforme strutturali, da finanziare in parte con i fondi europei, sono urgenti e necessarie, se vogliamo evitare di riprendere, dopo la pandemia, il lentissimo percorso di crescita sperimentato in passato a favore di un ritmo più coerente con le legittime aspettative di famiglie e imprese”.
“Per tornare a crescere, grazie anche ai fondi europei, servono provvedimenti più incisivi e rapidi nella loro applicazione. Il tempo non gioca a nostro favore e i nodi fiscali e burocratici che rallentano la crescita devono ancora essere risolti”, gli fa eco il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli.

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