L’utile pandemia, rileggendo Le Bon

L’utile pandemia, rileggendo Le Bon

Tra le molteplici osservazioni che l’attuale manifestarsi della pandemia Covid suggerisce, una, per prima, riguarda la forza sottile manifestata dal virus che pare aggredire non solo nei corpi della gente, ma prendere soprattutto il governo delle menti e guidarne il funzionamento.
Può veramente una pandemia – vien da pensare – essere utilizzata per cambiare l’assetto di una società?
Non sarebbe un’idea nuova.

Un buon sostegno concettuale potrebbe fornirlo la rilettura de la Psicologia delle folle di Gustave Le Bon, personaggio che pochi anni prima della fine del XIX secolo gettò le basi di un primo corposo studio su come l’individuo si comporta quando le sue azioni, le sue volontà sono alterate dagli automatismi inconsci e dalle suggestioni della massa, piuttosto che dal suo isolato e ragionevole spirito critico.
Studiato da Roosevelt, da Georges Clemenceau, dallo stesso Mussolini e ancora da Lenin, da Atatürk, dal giovane Adolf Hitler e da Charles De Gaulle, citato poi da Freud, Jung, Adorno, Merton, questo saggio torna propizio a noi, immersi nel panico innescato dai media sulla diffusione di un agente patogeno “nuovo” – il Coronavisus – e sull’alterarsi improvviso di riflessioni e relazioni con l’ambiente circostante.

Non si discute con le credenze delle folle, come non si discute con i cicloni”, ci ammonisce Le Bon, che di quelle mette in evidenza la mutevolezza, l’irritabilità, la predisposizione ad una mutevolezza nelle impressioni e nei sentimenti, che si traduce in modi di fare effimeri, per contagio ed imitazione.
Ma qui occorre fare attenzione, poiché dietro le masse mutevoli c’è sempre qualcuno che le agita e infiamma, le terrorizza, non sempre con totale impreparazione culturale (anzi, oggi con eccelsa cognizione) e, attraverso immagini, formule e parole quasi magiche, sa come indirizzarle verso un obiettivo ben definito.
L’osservazione ci riporta ad un’epoca come la nostra, satura, fino alla follia di questi giorni, di sollecitazioni mediatiche e input subliminali, non comprensibili su un piano di conoscenza e di riscontri oggettivi.
La folla pensa per immagini, soggiace a tutto quello che è meraviglioso e spaventoso oltre misura, non catalogabile e non scientificamente circoscrivibile: la reazione di fronte al fenomeno Covid ne è prova esemplare!
  Le Bon, che fu profeta delle catastrofi tecnologiche Novecentesche, attribuiva anche alla stampa (allora non esisteva altro media) parte delle responsabilità di tale estremo condizionamento, poiché, già da allora, la stessa non aveva più una influenza morale sull’opinione pubblica, ma ne spiava, e divulgava le distonie più imperiose, disturbanti, disgreganti; quelle più lontane da ogni ordine etico e razionale.
E tale profezia di allora prende corpo nell’attuale società, sotto il dominio di governi predaci, vòlti all’attuazione di potentati mondiali, vòlti più alla Borsa che alla qualità di una vita umanamente intesa.
La paura si proietta oggi su uno schermo universale – le Bon stupirebbe di fronte a tale potenza suggestiva – e i popoli, storditi, attendono il colpo finale, così come nella platea di un cinema, si attende la conclusione dell’ultimo “Matrix”.

                   Marco Nicoletti

 

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