Lezione di politica… spicciola!

Lezione di politica… spicciola!

Modesti, ma immensi, insegnamenti della storia. Ovvero monito ad essere acuti, soprattutto nell’analisi della politica e dei suoi comprimari.

Il 1993 italiano, nel panorama culturale e politico, viene tra l’altro ricordato per lo strappo voluto da Indro Montanelli, fondatore e direttore de Il Giornale, con il suo munifico editore, Silvio Berlusconi.     La richiesta del cavaliere al giornalista era stata quella di “lavorar di spada e non più di fioretto” nel definire una linea al quotidiano che fosse di appoggio alla sua discesa in campo e supportasse in pieno il progetto di “Forza Italia”.
Diniego netto del Maestro di Fucecchio, il quale, trovandosi per la prima volta in vita sua, a dover esprimere una netta opzione – si sta o di qua, o si là! – fece marcia indietro.
Le vicende successive sono conosciute: l’abbandono della direzione de Il Giornale, alcune sortite alle Feste dell’Unità – tanto per fare rabbia al cavaliere – e poi, improvvisa, la decisione di rifondare un giornale ispirato a “La Voce”, il foglio creato anni luce prima Giuseppe Prezzolini, definito da Montanelli come “suo unico maestro”!
Il progetto, condiviso da alcuni stretti collaboratori del direttore, tra i quali – uno per tutti – Beppe Severgnini, vide luce il 22 marzo 1994, ma ebbe vita brevissima, tanto che il 12 aprile 1995 ne uscì l’ultimo numero.
Ora, la grafica del giornale, invero sofisticata, poneva in testata, sotto al titolo, brani di pensamenti memorabili espressi da grandi scrittori, pensatori e giornalisti italiani.
Il 21 marzo apparve questo, tratto da una lettera del 1929 di Leo Longanesi (nella foto in alto) a Giovanni Ansaldo: «
Caro Ansaldo – scrive Longanesi – a differenza di Nicoletti che pretenderebbe di fare dell’“Italiano” un giornale “polemico e di pensiero” uno di quei famosi giornali col “movimento di idee” in saccoccia, un periodico insomma come la Rivoluzione Liberale, io credo più opportuno lasciare all’“Italiano” il suo vecchio carattere “metafisico” e fanfarone, ed evitare ogni sorta di disturbi teorici; Nicoletti e un po’ Pellizzi (che vedono l’Italia da Londra), non si vogliono convincere che qui certe cose è meglio non dirle e che se anche si dicono, non si smuove un ragno dal buco. Il male sta nel manico. La critica, se oggi la si vuol fare, occorre farla ai cappelli, alle cravatte, alle frasi, ai colori, ai caratteri tipografici, alle facce delle persone: uniche cose che sappiano dirci, in verità, a che punto siamo arrivati. Bisogna descrivere gli “interni” delle nostre città: far dei viaggi nelle nostre strade, nelle nostre abitazioni, nei nostri negozi, eccetera. Nicoletti e Pellizzi per criticare una legge o un sistema di oggi, prendono le mosse da lontano e parlano, magari, di Sorel: a me basta vedere la faccia o il vestito del promotore”.

Lezione acquisita. Che dire, a tale proposito, del pagliaccesco vestito a scacchi indossato da Bill Gates in occasione dell’incontro con un primo ministro del Governo italiano?

  Marco Nicoletti

wp_11302647

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *