Due violoncelli messi insieme fanno il suono di una cattedrale

Due violoncelli messi insieme fanno il suono di una cattedrale

di Stefano RagniDue violoncelli messi insieme fanno il suono di una cattedrale. Ne abbiamo avuto la contezza ieri pomeriggio, cacciati a forza dalle delizie del giardino del Pomarancio per la minaccia di pioggia e ributtati nelle calure umide del teatrino di palazzo della Corgna.

Ospiti due violoncellisti, Francesco Bartoletti, il noto componente del trio Paderewski e Giacomo Grandi, efficace compagno d’arco. Dalla loro coesione è scaturito un concerto dalla timbrica possente, ricco di sfaccettature dinamiche, e sorretto da una intelligenza intuitiva che è riuscita a trascinare il pubblico in un suggestivo gioco di immagini sonore.

Alla seconda giornata di svolgimento il festival di musica da camera ideato e sorretto da Marzia Zacchia ha di nuovo messo insieme quel pubblico che da sedici anni segue gli appuntamenti, assecondandone le innovazioni e confermando la qualità degli esecutori. Anche stavolta si è colto nel segno. Bartoletti, che già in precedenti occasioni aveva offerto saggi della sua capacità compositiva, stavolta ha costellato la serata di sue creazioni, a cominciare da Steam, un brano con cui il violoncellista svizzero ha voluto ricordare la sua ultima presenza negli Stati Uniti.
«Quando cammini per le strade di New York – ha detto – non può non colpirti quella serie di getti di vapore che escono dai marciapiedi. Ma quello che ti prende di più, quando entri nel tuo rassicurante albergo, è la grande quantità di persone che vivono letteralmente sul marciapiede, una umanità sofferente, umiliata, disperata».

Altri pezzi di Bartoletti, Scarabocchio, Dots e una struggente Aria confermano la vocazione di questo ancor giovane musicista a far cantare il suo strumento secondo le corde di una sensibilità molto accesa, non ignara delle innovazioni del rock, disposta a dialogare con una strumentalità vorticosa e avvincente.
Una matrice chiaramente avvertibile è quella del padre di tutti i violoncellisti italiani, Giovanni Sollima, presente nel concerto col la sua Lamentatio, una nenia arabeggiante propria di un musicista siciliano, immerso nella cultura mediterranea. Dall’altro versante gli rispondeva l’ungherese Ligeti, con una adattamento di un icastico pezzo realizzato da Grandi.
In mezzo, a sorpresa, l’Aria sulla quarta corda di Bach, ala sonora michelangiolesca, scolpita nel ritmo perpetuo di un accompagnamento che sarebbe musica da solo, se poi non scaturisse quella melodia che è una capriata marmorea, ma conserva la leggerezza della sabbia.

Pubblico in estasi, con applausi prolungati e il prevedibile omaggio alla memoria di Morricone con un bellissimo tema di Gabriel, dialogante, due angeli pensosi e commossi.

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